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STORIE DI MAFIA. John Gotti, il gangster che diventò boss

28 Luglio 2008 – 06:46

di Francesco D. Caridi
(autore di Wops – Storia di Cosa Nostra negli USA)

Morì sei anni fa un ex numero uno della criminalità italo-americana, John Gotti, e i giornali statunitensi misero il decesso in apertura, al posto della notizia di uno sventato attentato «mini atomico» che avrebbe distrutto migliaia di innocenti. Così andava e va il mondo.
John Gotti, cooptato per caso nella famiglia Gambino, una delle cinque storiche famiglie nuovayorkesi di Cosa Nostra, della quale egli divenne poi il capo, aveva in comune con Alfonso Capone l’origine napoletana dei genitori. E come il famigerato Al Capone, anche lui era semianalfabeta, era di mitraglietta facile e diceva parolacce. Troppe, specialmente con Sam Gravano, «soldato» ambizioso e vorace che poi lo tradì, facendolo condannare all’ergastolo.
Gotti morì, a causa di un tumore alla gola, in un penitenziario; invece Capone, scarcerato anzitempo per la sua pessima salute, morì nella sua villa in Florida, dopo essere stato rimbambito da un ictus. I napoletani non hanno fortuna nella «Cosa Nostra» nordamericana, che all’origine era organizzazione generalmente riservata soltanto agli immigrati siciliani (Lucky Luciano decise poi di allargare, per statuto, la «Combination» agli oriundi delle altre regioni italiani). Capone era stato accettato mal volentieri dai vecchi mafiosi, che non avevano dimenticato il suo esordio di magnaccia. Quando ruppe troppo le scatole, favorirono il suo arresto. Gotti era un gangster urbano che il declino «morale» e militare di Cosa Nostra aveva portato all’apice di Cosa Nostra, ormai ridotta ad un agglomerato minoritario e debole rispetto alle più agguerrite «mafie» asiatiche, slave e latino-americane. La sua sconfitta fu celebrata in un processo spettacolare, come solamente i tribunali federali sanno fare. Ma infierivano su un uomo finito.
Con me e con lo scrittore siciliano Sandro Attanasio (scomparso negli anni 90), sbarcati ventidue anni fa in una metropoli che ancora non aveva subito la cura anticrimine di Rudolph Giuliani (sindaco «no tolerance» di New York), John Gotti si presentò inappuntabile, parlò garbatamente, riuscì a non innervosirsi quando brutalmente gli chiesi: «Ma non pensa, mister Gotti, che la ricchezza macchiata di sangue porti presto o tardi alla perdizione?». Soltanto i suoi occhi ebbero un guizzo, guardando Frankie, l’intermediario suo amico che ci aveva combinato l’incontro, quasi a interrogarlo sulle mie intenzioni. «Ma senza sangue non si sarebbe costruito questo grande Paese», replicò sornione.
Quando uscimmo da un appartamento di Mulberry Street, nella Little Italy di Manhattan, l’insegna sottostante del «Ravenite Social Club» mi parve una metafora del contesto, per via della radice «raven» che richiama il verbo «to raven», letteralmente depredare o mangiare con avidità, divorare. Quando lo incontrammo, Gotti era già «rappresentante», come diceva lui stesso, della famiglia Gambino.
Certo, Gotti era stato un gangster meno speciale di altri grandi gangsters. Si sforzava di piacere, ma dietro i suoi modi di «business man» raffinato (di portamento, non di eloquio) si intravedeva tutta una giovinezza di privazioni. Volle che ci fermassimo a fare lunch con lui e i suoi amici; ed io sussurrai a Sandro: «Dio ce la mandi buona». Ma Attanasio, che negli anni 50 - 60, prima di fare il giornalista e lo scrittore (alcuni suoi libri sono nelle edizioni Mursia: cito ad esempio «Gli anni della rabbia. Sicilia 1943 – 1947»), era stato direttore dell’Hotel delle Palme di Palermo, nella cui hall aveva accolto la crema di Cosa Nostra e conversato con Lucky Luciano «esiliato» in Italia dagli americani che pure avevano un debito di… guerra con lui (per via del famoso aiuto dei suoi «amici» nell’invasione anglo-americana della Sicilia), non era un tipo impressionabile. E soprattutto, godeva per la situazione, suggestiva per uno scrittore, figuratevi quanto invidiabile per un giovane reporter.
Così, al tavolo di un ristorante «blindato» del Queens assistetti ad una delle rappresentazioni più pittoresche dell’accoglienza mafiosa italo-americana. Benché avessi raggiunto i trent’anni, sembravo ancora un ragazzo, e fui travolto da mille domande banali, alle quali risposi con altre eccelse banalità; ma Attanasio aveva la complessione matura, un forte carattere siciliano e incuteva maggiore curiosità. Sapeva parlare per allusioni, come gli interlocutori. Un commensale anziano, dopo le presentazioni, sussurrò all’orecchio di John Gotti: «Che tipi sono?», e il boss dandogli una pacca rispose piano, ma non tanto, da non essere sentito da Sandro: «Sono giornalisti, ma non ti preoccupare, sono uomini giusti».
Nel gergo, «uomini giusti» voleva dire (mi spiegò poi Attanasio) che pur non appartenendo noi al loro milieu, eravamo persone da rispettare. Lo stesso «slang» dei massoni, quando garantiscono per i «profani».
Gotti morì di cancro, il 10 giugno 2002. Quando affrontò il processo, sapeva già di doversi sottoporre a sedute di chemioterapia. Si era abbandonato, nello stesso appartamento in cui ci aveva accolto, a confidenze con il «traditore» Gravano, regolarmente registrate dalle «cimici» dell’FBI. La gente del Queens, memore delle feste di strada e dei buffet offerti da Gotti, difende ancora la sua memoria. Alla fine, in questo strano mondo di sangue e di dollari, anche un travet del crimine diventa un mito. Ma il problema attuale degli USA non è più «La Cosa Nostra».

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