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NONSOLOSOLDI. Bazoli e i banchieri pensino agli interessi dei clienti, please

26 Agosto 2008 – 22:58

di Gianluigi De Marchi

Chi era abituato ad estati tranquille, senza dibattiti su temi importanti che potrebbero turbare la pace di chi si sta godendo il solleone ha dovuto ricredersi. Giovanni Bazoli (nella foto), numero uno di Intesa San Paolo, ha scelto proprio il periodo più caldo dell’anno per sviluppare alcune importanti riflessioni sul ruolo delle banche.

In estrema sintesi ha sostenuto il concetto base che le imprese bancarie che non possono essere assimilate a tutte le altre, perché il loro operato non può essere guidato solo dal profitto ma deve tener presenti anche altri valori.

Il modello attuale (definito da Bazoli “americano”) punta tutto sulla crescita dimensionale e sul conseguimento di profitti a breve termine, mentre il modello di banca da lui auspicato dovrebbe essere “consapevole della responsabilità sociale che grava sull’impresa bancaria”.

In sostanza, tener presenti valori come gli interessi generali, l’utilità sociale dell’attività creditizia, il sostegno delle attività locali, anche a discapito (parziale, per carità, la banca non può essere un istituto di beneficenza…) della redditività .

Ha risposto Marco Onado (uno dei più autorevoli docenti nel settore bancario) ricordando che “in nome degli interessi collettivi sono stati costruiti ovunque autentici disastri finanziari”. A parte fenomeni di corruzione e sottogoverno verificatisi in banche meridionali italiane, alcune grandi banche (Northern Rock, Fannie Mae e Freddie Mac) si sono dissolte perseguendo nobili obiettivi a favore della comunità nazionale.

Ha sicuramente ragione Bazoli nel predicare maggior attenzione al “sociale”; ma ha anche ragione Onado nel sostenere che il “sociale” può essere fonte di disastri finanziari.

E allora?

Allora probabilmente la strada da seguire è una terza via intermedia che, fermo restando il riconoscimento dell’attività creditizia come appartenente alla sfera dell’impresa privata, privilegi nei fatti (e non solo a parole, nei meeting, nei dépliants pubblicitari, nelle circolari degli uffici marketing) gli interessi dei clienti.

I manager bancari hanno costruito il successo (della banca e loro personale) avendo come unico parametro il profitto; inizialmente annuale, da qualche anno trimestrale (cui fra l’altro sono legati i faraonici bonus che percepiscono). Un’ottica di brevissimo periodo che può stimolare il “mordi e fuggi” nella certezza di poter raccogliere premi senza pagare pegno per i successivi disastri.

Privilegiare gli interessi dei clienti significa, per fare solo pochi esempi di facile comprensione, evitare di collocare obbligazioni di Cirio e Parmalat per trasferire al pubblico il rischio di crediti concessi con troppa disinvoltura; significa evitare di spingere piccole aziende a sottoscrivere incomprensibili contratti IRS che si risolvono in trasferimento agli affidati del rischio di cambio o del rischio d’interessi; significa evitare di collocare a raffica polizze vita, index linked, obbligazioni subordinate in nome della “fidelizzazione” della clientela.

Negli Stati Uniti (patria indiscussa della libera iniziativa e del privato, ma anche della vigilanza e della punizione dei comportamenti scorretti) molte grandi banche hanno dovuto riacquistare decine di miliardi di dollari delle famigerate “auction rates securities” (titoli ad elevatissimo rischio, abilmente camuffato) vendute ad investitori privati ignari dell’effettiva rischiosità dell’operazione.

Signore banche, fate un bell’esame di coscienza, convocate i clienti cui avete piazzato titoli o contratti derivati ad elevatissimo rischio, ridate loro i soldi, chiedete scusa e giurate di non farlo mai più: questa sì che è “fidelizzazione”!

Sia Bazoli che Onado concorderanno che si tratterebbe di una vera svolta epocale, da cui ripartire per svolgere, su nuove basi, l’attività creditizia.

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